La Storia del Recioto di Soave
RICCHEZZA STORICA DEL RECIOTO DI SOAVE - di Lamberto Paronetto
Le
profonde radici del Recioto di Soave si debbono ritrovare, secondo
alcuni studiosi, nelle ancestrali preparazioni enologiche degli antichi
Romani i quali, abilissimi in quest'arte, avevano già elencato
nella loro ricca nimenclatura vinicola la presenza di un vino dolce,
bianco e gentile denominato "Vinum Suave, nobile, pretiosum".
L' aggettivazione di "suave" non era certamente riferita
all'attuale denominazione geografica la quale, come gli storici più
accreditati ritengono, apparve solamente nella seconda metà
del VI° secolo dopo la discesa del longobardo Alboino.
I Romani conoscevano molto bene la tecnica per preparare
i vini passiti; il grande Plinio ricordò che l'uva retica,
lievemente appassita veniva posta intera nelle anfore e che in questo
modo raggiungeva Roma dove veniva consumata alla Mansa Imperiale.
Per ottenere il "vinum passum" le uve si lasciavano
sulla pianta per un mese, dopo la raccolta principale, avendo cura
di torcere i peduncoli dei grappoli; in altri casi le uve si raccoglievano
subito e si esponevano al sole, su graticci, per tre giorni, o all'ombra
per dieci giorni.
In quest'ultimo modo si si preparava quel vino passito che sotto il
nome di Bios ebbe tanta fama presso i Greci e che lo stesso
Plinio magnificò come "ricostituente e stomachico".
Domizio Ulpiano (170-228) fu uno dei grandi giuristi romani che ricordò
per primo il vino Acinatium "fatto da centinaia
di acini d'uva messi insieme, quasi da dire uve intatte, dalle quali
gocciolava lacrimando spontaneamente il prezioso liquore".
La
dizione di "vinum acinaticum" verrà
poi ripresa successivamente, in epoca barbara, da Flavius Magnus Aurelius
Senator - detto poi Cassiodoro - ministro del re goto Teodorico,
il quale proprio a Verona, indirizzò fra gli anni 533-537
una sua famosa lettera per approvvigionare la mensa reale di questo
vino - l'Acinatico - che allora si produceva nel terrotorio veronesesia
con le uve rosse che con quelle bianche. La scrupolosa descrizione
che Cassiodoro ci tramanda non lascia dubbi: "Una ricchissima
imbandigione della mensa regale viene lodata quale ornamento dello
Stato [...] e perciò devono essere procurati i vini che l'Italia
feconda produce in modo singolare [...] vi ordiniamo di recarvi dai
proprietari veronesi, dove di tale produzione si ha una cura particolare,
affinchè, in cambio di un giusto presso, nessuno tardi a vendere
ciò che dovrebbe offrire al piacere sovrano.
Questo è vino pretto, regale nel colore, singolare nel sapore.
[...] La sua dolcezza si avverte con ineffabile soavità;
la sua concentrazione riceve vigore da non so quale forza; al
tatto inspessisce la sua densità, così che diresti che
è un liquido carnoso o una bevanda da mangiare. Ci piace riferire
quanto appaia singolare il modo con cui viene prodotto.
L'uva, raccolta in autunno dalle vigne, viene appesa all'ingiù
nelle logge di casa, viene conservata in vasi appropriati, è
custodita in recipienti adatti alla sua natura. Per l'invecchiamento
s' indurisce, non si liquefa: allora trasudando gli umori insipidi,
si addolcisce con grande soavità. Viene tenuta in serbo fino
al mese di dicembre, finché la stagione invernale schiuda il
flusso del suo liquido, e in modo mirabile comincia ad essere nuovo,
quando in tutte le cantine si trova già vecchio. [...] L' uva
non viene calpestata ingiuriosamente dai calcagni [...] ma,
come si conviene a tanta nobiltà, è fatta emergere
spontaneamente [...] Distilla un liquido pari alle gemme; lacrima
un non so che di giocondo e, oltre al piacere della sua dolcezza,
è straordinaria la bellezza del suo aspetto.
[...] Non crediate però che debba essere trascurato quel vino
che risplende per il suo color del latte, poiché è degno
di maggiore ammirazione ciò che potrete rintracciare con maggior
difficoltà.
Esso presenta un biancore attraente e una limpida purezza, così
che si crederebbe che il primo - a color rosso - sia nato dalle rose,
il secondo - dalle uve bianche - dai gigli. È diverso bensì
nel colore, ma è simile nel sapore; differente l' aspetto,
somiglianti entrambi nella soavità. Si rivela in essi
comune il sapore acuto e la prontezza con cui dà vigore, ma
grande è la diversità con cui si presenta. Tu vedi l'uno
rosseggia lieto, contempli l'altro recar gioia col suo candore. E
per questo motivo la loro incetta deve essere prontissima, visto che
entrambi posseggono qualità ugualmente ricercate. "
Sarà
bene segnalare che l'esistenza nel territorio veronese, fin dal tempo
più antico, di un vino bianco, alcolico e dolce, con indubbie
metodologie molto simili a quelle che si utilizzano ai nostri giorni,
poteva differenziarsi sensibilmente dalle caratteristiche organolettiche
del nostro attuale Recioto di Soave per la diversità delle
uve e del sistema di allevamento delle viti.
Le uve del tempo romano erano "uve retiche" che producevano
il "vino retico" di pregiata qualità e, per quanto
ci riferisce Virgilio, secondo solo al celebre Falerno. Della vite
retica Plinio ci informa che tali piante, molto feconde, preferivano
il clima temperato e che "avevano un tale amore per la propria
terra che lasciavano, nel trapianto in altri paesi, tutte le loro
glorie perdendo le loro qualità".
Oltre all'uva retica nel veronese si coltivava pure - secondo quanto
segnala Columella nel terzo libro della sua opera - l'uva "Fragellana"
che, sempre il nostro, ritenne che quest'uva fosse proprio originaria
dal territorio veronese di Trezzolano (ora nel comune di Verona) "
il quale lodato per i buoni vini, anticamente chiamavasi "Le
Fragellane" e [forse per questa denominazione] diede il nome
a quest'uva".

Le
aree collinari arborate e vitate, in epoca tardo romana e altomedioevale,
non erano certo confrontabili con le attuali. Comunque le prime documentazioni
accertanti la presenza di vigneti nella zona di produzione
dell'attuale Recioto di Soave risalgono al X secolo.
La più remota si ritiene quella di una pergamena dell'anno
911, riferita alla località Sub-Monte in Val Longazeria
(Val di Illasi), ma sono pure di quest'epoca quelle di Cellore, Campiano,
Illasi, Giara, Colognola, "Sussiano" (Piano) e Val Treminianense
(Val Tramigna).
E' anche il caso di accennare che non sempre, nel Duecento, le autorità
cittadine vedevano con simpatia l'attività dei viticoltori
veronesi nella produzione dell'antico recioto, sia bianco che rosso;
anzi si tentò addirittura di vietarne la preparazione.
Infatti negli Statuti Comunali di Verona del 1276 si trova
inserita una norma - forse per questioni di disciplina daziaria -
che imponeva, dopo la vendemmia, la vinificazione immediata delle
uve e permetteva di detenere l' uva in casa o altrove, soltanto per
conservarla tale ma non per vinificarla.
Nel caso che qualcuno tenesse l'uva nascosta per farne mosto veniva
condannato ad una multa di 100 soldi, ammenda piuttosto severa che,
dopo due anni, venne addirittura raddoppiata. Quindi, praticamente,
il "recioto" di quel tempo, era un vino proibito!
Fortunatamente però tale norma scomparve nelle successive redazioni
statutarie del 1328 e del 1393.
Nei vigneti del soavese, fin da quei tempi - molto probabilmente -
si coltivava la varietà Garganega che rientra ancor
oggi, in gran parte nell' uvaggio stabilito nel disciplinare di produzione
del Soave e del Recioto di Soave.
La denominazione di "vino Santo", che si diffuse
in tutto il territorio italiano, ebbe origine - secondo Piero Bargellini
- a Firenze dove, nel 1438, venne trasferito da Ferrara, il
Concilio Ecumenico fra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente con
la partecipazione dell'Imperatore Giovanni VII e del dottissimo cardinale
Basilio Bessarione capo della Chiesa d'Oriente.
In una pausa dei lavori conciliari, alla fine di un simposio, venne
servito un vino squisito, di produzione locale, fatto con uva appassita.
Un vino che allora veniva detto "vin pretto". Ma quando
il grande e solenne Bessarione, luminare dei Padri Greci, lo ebbe
portato alle labbra: "Questo - esclamò - è vino
di Xantos!" alludendo al vino della celebre isola greca.
I fiorentini credettero invece ch'egli avesse trovato in quel vino
tali virtù da proclamarlo "santo". E col nome di
"Vin Santo" da allora rimase, e rimarrà ancora
chissà per quanto tempo.
E' anche noto, secondo altri, che l'origine di tale dizione deriverebbe,
invece, dall'epoca in cui questo vino veniva imbottigliato e che,
tradizionalmente coincideva con la settimana Santa precedente alla
Pasqua. Un certo collegamento "storico"... con il vin
Santo toscano si può lontanamente trovare, nel territorio veronese,
nella successiva nomina del cardinale Bessarione, inconsapevole inventore
di questa dizione, ad "Arciprete commendatario" della magnifica
Pieve di Santa Maria che sorge ancora, ottimamente conservata, nella
ridente cittadina di Garda. Nel Quattrocento il Vin Santo era considerato
una provvidenziale medicina ed uno dei più importanti ospedali
veronesi, la Domus Pietatis, si accordava, al tempo della vendemmia,
nell'Anno Domini 1470, con alcuni operai specializzati lombardi per
riceverne un costante quantitativo.
Nell'aureo
e tormentato secolo del Rinascimento molti scrittori e poeti
elogiarono il vino di Verona e, dalle loro entusiastiche espressioni,
ci sembra che i loro benevoli giudizi, più che ai vini generici
erano rivolti ai vini ottenuti con il tradizionale appassimento delle
uve.
Il grande medico-poeta, archiatra pontificio, Girolamo Fracastoro
ricordò, nel suo poemetto didascalico Syphilis sive de morbo
gallico - pubblicato nel 1530 - il vino spumante proveniente
dai piccoli grappoli [recis] dell'uva "retica", che non
era certamente adatto agli ammalati di questa grave malattia. Ma tale
indicazione riferita, come si comprende, ad un vino spumante speciale,
derivato da una scelta particolare delle uve, è molto importante
in quanto risulta precorritrice di oltre un secolo quella di "spumante"
inerente alle celebri produzioni francesi della Champagne e documenta
l'antica origine dei "vini retici - spumanti", anticipatori
dei "recioti-spumanti".
Nel 1543 Torello Sarayna nella sua opera "Le historie
e fatti de' veronesi", riferendosi alla zona orientale della
provincia, ricordò i "vini eccellenti del Castello di
Soave", quelli "de molto de vigore e non puochi de dolci"
di Caldiero, quelli "eccellentissimi" dei villaggi della
Valle di Cazzano e quelli "di molto valore" della Valle
di Tregnago.
Nel
secolo dell'Illuminismo si interessò del nostro recioto,
il marchese Scipione Maffei, uno dei maggiori rappresentanti
europei dell'erudizione settecentesca, autore della monumentale "Verona
illustrata", il quale, dopo aver tradotto e commentato le famose
epistole di Cassiodoro, scrisse che "il serbar l'uva fino a Decembre
lo spremerla poi delicatamente nel gran freddo e riporre il mosto,
senza metterlo a bollire, conservandolo assai tempo prima di porvi
mano, è pur quello che con l'istesso applauso facciamo ancora
onorandolo con il nome di Santo. [...]
Questo vino scrive ancora il Maffei in altra parte della sua opera
- che si dice Santo e che si trova dolce e non dolce, ha la proprietà
di non guastarsi mai in qualunque luogo si tenga, ha molta affinità
con il famoso vin di Toccai per lo che accade, al di là dei
monti, di vederselo presentare a tavola con tal nome".
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