Domenica, 11 mag 2008 - 23:39:24
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Venetian Cluster
castello di Soave

Vigne & Vini

 

IL NUOVO SOAVE, UN CANTIERE APERTO DA DIECI ANNI

 

E’ una riflessione a tutto tondo quella che da ben dieci anni impegna il mondo della produzione ed il Consorzio di tutela dei vini Soave e Recioto di Soave attorno al “Classico bianco d’Italia”. Ne è un elemento fondamentale l’ investimento di risorse che, perseguendo l’obiettivo della crescita qualitativa, si è indirizzato più verso la ricerca, significativo in questo senso è stato il lungo periodo di studio che ha portato alla zonazione, che verso la promozione.

Quello che è effettivamente il territorio più studiato d’Italia ha scommesso con grande convinzione sulla propria identità proponendo con forza, prima nella zona classica e poi anche sulla collina non classica, l’ispirazione transalpina dei cru.
Merito anche di una morfologia unica per terreni che raccontano, con la loro origine vulcanica, un’evoluzione che ha 60 milioni di anni e con essa merito della stupefacente ricetta di una terra scura capace di regalare nettari limpidi e dorati: come dire, insomma, una vocazione data dalla natura per vini che, anch’essi per natura, sono veri e propri autoctoni. Sta tutta qui l’eccezionalità del vigneto più grande d’Europa che, pur sorgendo su terreni omogenei ed essendo coltivato con qualità omogenee, sa coniugare il “verbo” Soave in una varietà incredibile di declinazioni.

Eccolo, quindi, uno dei valori del Soave che, oltre a contraddistinguersi per la grande storia viticola, fu infatti la prima zona tipica riconosciuta nel 1936 con il decreto che formalizzava la delimitazione di cinque anni prima, ha saputo e sa investire tanto sulle peculiarità e sul carattere del vitigno quanto sulla passione e la sensibilità di produttori fortemente legati al lavoro e alle tradizioni.
Un rinnovamento che è partito da “di dentro” con la ridefinizione del disciplinare di produzione che ha portato al Soave Superiore, terza Docg veneta e seconda in quest’area dopo quella, la prima regionale, assegnata al Recioto di Soave e alla riorganizzazione complessiva della denominazione in senso qualitativo: è nata così, individuando vigneti diversi per
specificità climatiche, orografiche e pedologiche, la piramide della qualità che intende proporre nuovi e concreti obiettivi produttivi ai viticoltori, valorizzare al massimo l’impegno in vigna e allo stesso tempo semplificare la comunicazione verso il consumatore.

Il grande rinnovamento nell’area del Soave è dimostrato anche dalla nascita, a dispetto della riconosciuta e generalizzata crisi dei bianchi, di alcune nuove aziende al ritmo di cinque l’anno: un dato molto significativo, questo, in una realtà che, come quella del Soave, vede le cantine sociali fare la parte del leone. La vitalità che caratterizza la Denominazione è dimostrata pure dalla scommessa su nuove tecniche e conseguentemente su nuovi vini: l’introduzione delle botti di rovere e non solo della barrique, ad esempio, dà vita ad un Soave “importante” con gradazioni ed estratti di un nettare fatto per durare.inizio pagina

 

garganegaLa riscoperta ed esaltazione della Garganega, autoctona per eccellenza che solo nel “giardino Soave” sa dare questi risultati, ha segnato un ritorno alla tradizione per un vino che è una vera e propria “spremuta” di un territorio e di una vigna. Anche la contemporanea ricerca che ha interessato il Trebbiano di Soave ed altri vitigni, con una “finestra” del 5% riservata nel disciplinare a sperimentazioni e innovazioni, ha confermato la volontà di individuare la seducente mediazione tra ritorno alle origini da un lato e nuove tecnologie e gusto attuale dall’altro.

Rivalutare i “plus” qualificanti della Garganega significa, sulla vecchia vigna, collina, cultivar antiche temprate del tempo, equilibrio nelle produzioni, adattamento del territorio ed esaltazione del carattere e dell’identità. Per i nuovi impianti, invece, il paradigma prevede pochi grappoli per ceppo, maggiore concentrazione, nuovi obiettivi enologici e la gestione più facile del vigneto anche con il ricorso alla meccanizzazione.

Concretizzare questi risultati sarebbe stato impossibile senza il “new deal” che ha contraddistinto i produttori, aperti allo scambio di informazioni, disponibili alla relazione, allineati con il Consorzio tutela sul fronte della promozione comune come mezzo per godere di una crescita anch’essa comune pur nelle difficoltà di un mercato problematico per i bianchi.
Il mondo della produzione ha giocato un ruolo essenziale anche per quanto riguarda i nuovi sistemi di allevamento e questo ben prima che questa possibilità diventasse allettante grazie ai premi di riconversione: è stato tracciato così il profilo del vigneto ideale, quello capace di porre le condizioni per una Garganega alla sua massima espressione qualitativa.
Che fosse necessario, infine, recuperare il tempo perduto è la conclusione alla quale i produttori sono giunti intervenendo per il contenimento delle rese a dispetto di cloni difficilmente gestibili.

Piccole e grandi realtà produttive, le cantine autonome e le realtà della cooperazione, hanno tracciato nuove direttrici di attività e puntato a specifici obiettivi come, nel caso dei piccoli produttori, la valorizzazione dei cru aziendali e di conseguenza la capacità di poter presentare vini sorprendenti e ben caratterizzati, la qualità assoluta, la scommessa su nuovi vini, la revisione di quelli già in commercio e una nuova attenzione nei confronti del Recioto di Soave, primo vino Veneto a fregiarsi della Garantita.inizio pagina

 

carta cruSul fronte delle cantine sociali i diversi progetti qualità sono diventati qualificanti con l’apertura di un canale di comunicazione privilegiato tra mercato e fornitore e la conseguente maggiore responsabilizzazione dei produttori. Selezioni più spinte e selezioni di vigneti particolari sono oggi gli altri fronti sui quali si indirizza l’attenzione delle coop.
La qualità arriva dal vigneto: con questa nuova consapevolezza l’intervento iniziale sui vini è stato radicalmente diminuito studiando apposite strategie di non intervento e anche in cantina il mosto è diventato un intoccabile. Interventi di filtrazione solo dove non si può farne a meno, fermentazioni controllate e l’utilizzo di legni di prima qualità, la solforosa ridotta ai minimi termini, l’introduzione in azienda di consulenti, professionalità nuove ma anche la grande passione e determinazione dei produttori hanno così portato a vini che sono praticamente biologici.

Lo stesso discorso vale per la zona di produzione che, con il ridotto diserbo, la lavorazione sulle file, l’inerbimento nelle interfile e la sola irrigazione di soccorso guadagna meritatamente l’attributo di area biologica.
Un impegno tanto assiduo volto al recupero e alla esaltazione dei valori autentici del Soave ha come momento qualificante, infine, anche il progetto che, da ormai tre anni, punta ad identificare nelle aree collinari che ancora offrono un ricco patrimonio di vecchie vigne, i biotipi di Garganega e Trebbiano di Soave che manifestano particolari caratteristiche di identità, diversità e qualità.

Il progetto, che punta una lente d’ingrandimento sui caratteri della maturazione, del patrimonio aromatico e della pezzatura delle uve, prende le mosse dalla preoccupazione, alla luce dell’alto tasso di reimpianto dei vigneti, di preservare il patrimonio genetico accumulato da queste varietà nel corso dei secoli.

Ad oggi questo importante studio ha permesso di individuare almeno dieci nuovi biotipi di Garganega e tre di Trebbiano di Soave.

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