Vigne & Vini
IL NUOVO SOAVE, UN CANTIERE APERTO DA DIECI ANNI
E’ una riflessione a tutto tondo quella che da ben dieci
anni impegna il mondo della produzione ed il Consorzio di tutela
dei vini Soave e Recioto di Soave attorno al “Classico bianco
d’Italia”. Ne è un elemento fondamentale l’
investimento di risorse che, perseguendo l’obiettivo
della crescita qualitativa, si è indirizzato più verso
la ricerca, significativo in questo senso è stato il lungo
periodo di studio che ha portato alla zonazione, che verso la promozione.
Quello che è effettivamente il territorio più
studiato d’Italia ha scommesso con grande convinzione sulla
propria identità proponendo con forza, prima nella zona classica
e poi anche sulla collina non classica, l’ispirazione transalpina
dei cru.
Merito anche di una morfologia unica per terreni che raccontano, con
la loro origine vulcanica, un’evoluzione che ha 60 milioni di
anni e con essa merito della stupefacente ricetta di una terra scura
capace di regalare nettari limpidi e dorati: come dire, insomma, una
vocazione data dalla natura per vini che, anch’essi per natura,
sono veri e propri autoctoni. Sta tutta qui l’eccezionalità
del vigneto più grande d’Europa che, pur sorgendo su
terreni omogenei ed essendo coltivato con qualità omogenee,
sa coniugare il “verbo” Soave in una varietà incredibile
di declinazioni.
Eccolo, quindi, uno dei valori del Soave che, oltre
a contraddistinguersi per la grande storia viticola, fu infatti la
prima zona tipica riconosciuta nel 1936 con il decreto che
formalizzava la delimitazione di cinque anni prima, ha saputo e sa
investire tanto sulle peculiarità e sul carattere del vitigno
quanto sulla passione e la sensibilità di produttori fortemente
legati al lavoro e alle tradizioni.
Un rinnovamento che è partito da “di dentro” con
la ridefinizione del disciplinare di produzione che ha portato al
Soave Superiore, terza Docg veneta e
seconda in quest’area dopo quella, la prima regionale, assegnata
al Recioto di Soave e alla riorganizzazione complessiva
della denominazione in senso qualitativo: è nata così,
individuando vigneti diversi per
specificità climatiche, orografiche e pedologiche, la
piramide della qualità che intende proporre nuovi e
concreti obiettivi produttivi ai viticoltori, valorizzare al massimo
l’impegno in vigna e allo stesso tempo semplificare la comunicazione
verso il consumatore.
Il grande rinnovamento nell’area del Soave è
dimostrato anche dalla nascita, a dispetto della riconosciuta e generalizzata
crisi dei bianchi, di alcune nuove aziende al ritmo di cinque l’anno:
un dato molto significativo, questo, in una realtà che, come
quella del Soave, vede le cantine sociali fare la parte del leone.
La vitalità che caratterizza la Denominazione
è dimostrata pure dalla scommessa su nuove tecniche e conseguentemente
su nuovi vini: l’introduzione delle botti di rovere e non solo
della barrique, ad esempio, dà vita ad un Soave “importante”
con gradazioni ed estratti di un nettare fatto per durare.
La
riscoperta ed esaltazione della Garganega, autoctona per eccellenza
che solo nel “giardino Soave” sa dare questi risultati,
ha segnato un ritorno alla tradizione per un vino che è una
vera e propria “spremuta” di un territorio e di una vigna.
Anche la contemporanea ricerca che ha interessato il Trebbiano
di Soave ed altri vitigni, con una “finestra” del 5% riservata
nel disciplinare a sperimentazioni e innovazioni, ha confermato la
volontà di individuare la seducente mediazione tra ritorno
alle origini da un lato e nuove tecnologie e gusto attuale dall’altro.
Rivalutare i “plus” qualificanti della Garganega significa,
sulla vecchia vigna, collina, cultivar antiche temprate del tempo,
equilibrio nelle produzioni, adattamento del territorio ed esaltazione
del carattere e dell’identità. Per i nuovi impianti,
invece, il paradigma prevede pochi grappoli per ceppo, maggiore concentrazione,
nuovi obiettivi enologici e la gestione più facile del vigneto
anche con il ricorso alla meccanizzazione.
Concretizzare questi risultati sarebbe stato impossibile senza il
“new deal” che ha contraddistinto i produttori,
aperti allo scambio di informazioni, disponibili alla relazione, allineati
con il Consorzio tutela sul fronte della promozione comune come mezzo
per godere di una crescita anch’essa comune pur nelle difficoltà
di un mercato problematico per i bianchi.
Il mondo della produzione ha giocato un ruolo essenziale anche per
quanto riguarda i nuovi sistemi di allevamento e questo ben prima
che questa possibilità diventasse allettante grazie ai premi
di riconversione: è stato tracciato così il profilo
del vigneto ideale, quello capace di porre le condizioni per una Garganega
alla sua massima espressione qualitativa.
Che fosse necessario, infine, recuperare il tempo perduto è
la conclusione alla quale i produttori sono giunti intervenendo per
il contenimento delle rese a dispetto di cloni difficilmente gestibili.
Piccole e grandi realtà produttive, le cantine autonome e
le realtà della cooperazione, hanno tracciato nuove direttrici
di attività e puntato a specifici obiettivi come, nel caso
dei piccoli produttori, la valorizzazione dei cru aziendali
e di conseguenza la capacità di poter presentare vini sorprendenti
e ben caratterizzati, la qualità assoluta, la scommessa su
nuovi vini, la revisione di quelli già in commercio e una nuova
attenzione nei confronti del Recioto di Soave, primo vino Veneto
a fregiarsi della Garantita.
Sul
fronte delle cantine sociali i diversi progetti qualità sono
diventati qualificanti con l’apertura di un canale di comunicazione
privilegiato tra mercato e fornitore e la conseguente maggiore responsabilizzazione
dei produttori. Selezioni più spinte e selezioni di vigneti
particolari sono oggi gli altri fronti sui quali si indirizza l’attenzione
delle coop.
La qualità arriva dal vigneto: con questa nuova
consapevolezza l’intervento iniziale sui vini è stato
radicalmente diminuito studiando apposite strategie di non intervento
e anche in cantina il mosto è diventato un intoccabile. Interventi
di filtrazione solo dove non si può farne a meno, fermentazioni
controllate e l’utilizzo di legni di prima qualità, la
solforosa ridotta ai minimi termini, l’introduzione in azienda
di consulenti, professionalità nuove ma anche la grande passione
e determinazione dei produttori hanno così portato a vini che
sono praticamente biologici.
Lo stesso discorso vale per la zona di produzione che,
con il ridotto diserbo, la lavorazione sulle file, l’inerbimento
nelle interfile e la sola irrigazione di soccorso guadagna meritatamente
l’attributo di area biologica.
Un impegno tanto assiduo volto al recupero e alla esaltazione dei
valori autentici del Soave ha come momento qualificante, infine, anche
il progetto che, da ormai tre anni, punta ad identificare nelle aree
collinari che ancora offrono un ricco patrimonio di vecchie vigne,
i biotipi di Garganega e Trebbiano di Soave che manifestano
particolari caratteristiche di identità, diversità e
qualità.
Il progetto, che punta una lente d’ingrandimento sui caratteri
della maturazione, del patrimonio aromatico e della pezzatura delle
uve, prende le mosse dalla preoccupazione, alla luce dell’alto
tasso di reimpianto dei vigneti, di preservare il patrimonio
genetico accumulato da queste varietà nel corso dei
secoli.
Ad oggi questo importante studio ha permesso di individuare almeno
dieci nuovi biotipi di Garganega e tre di Trebbiano di Soave.

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