La Storia del vino Soave
IL PRODIGIO DELL'UVA NEL "PAGUS" SOAVESE - di Lamberto Paronetto
Il
territorio di Soave, come alcuni storici ritengono, era già
in epoca romana un "pagus"cioé un distretto campagnolo
circoscritto (forse già centuriato) noto per la sua buona
posizione e per l'intensità delle coltivazioni. Tracce di centuriazione
romana (suddivisione del suolo) sono state riscontrate nelle zone
circostanti. Vigneti specializzati in vitigni retici si presumono
quindi presenti nelle vicinanze degli abitati di Colognola ai Colli,
Illasi (Valle Longazeria), Soave e Monteforte.
Dalle uve si ottenevano, in quel tempo, oltre che i prodotti correnti,
i vini "acinatici" ottenuti con un particolare metodo
di appassimento delle uve, citato anche dal Palladio ed ancor più
dettagliatamente (in epoca barbara) dal celebre Flavius Magnus Aurelius
Senator (detto poi Cassiodoro), ministro del re goto Teodorico. Questo
famoso personaggio riportò nelle sue epistole (A.D. 503), la
viva raccomandazione ai produttori veronesi di ricercare per la Mensa
Reale questi vini "soavissimi e corposi", e di non
dimenticare quello ottenuto dalle uve bianche che "riluce come lattea
bevanda, di chiara purità... di gioviale candidezza e di soavità
incredibile"!
Questo portentoso vino, soprattutto per la metodologia di preparazione
chiaramente indicata, si considera, giustamente, l'antenato del nostro
"Recioto di Soave".
Le antiche presenze della vite in questo territorio sono testimoniate
in alcune documentazioni antecedenti al Mille.La più remota
si ritiene quella di una pergamena dell'anno 911, riferita
in particolare alla località Sub-Monte in Val Longazeria (Val
d'Illasi), ma sono pure di questa epoca quelle di Cellore, Campiano,
Illasi, Giara, Colognola, "Sussiano" (Piano?) e Val Treminianense
(Val Tramigna).
Interessante é anche la documentazione della carta lapidaria
del campanile di Negrar, risalente al 1166, in cui vengono citate
le terre "cum vineis" possedute dal notabile "Rinaldino del fu Sacheto"
in Val Longazeria, probabilmente nell'attuale territorio di produzione
del vino Soave D.O.C.
Del 1276 si conservano ancora documentazioni notarili
di terre arative "cum vineis" in Soave e di vigne, "sclavis et
majoribus", nell'alta frazione di Castelcerino (1398).
Una importante testimonianza della cultura vitivinicola di questi
luoghi appare su una lapide muraria al Palazzo di Giustizia
di Soave, datata 1375, sulla quale é
scritto, in latino, con caratteri gotici: "Quindici lustri sopra
i milletre cent'anni, quando i campagnoli pigiano con i piedi le loro
uve, al tempo che fu qui pretore Pietro della famiglia dei Montagna,
sono stata eretta io casa del diritto...".
La citazione della pigiatura delle uve, nella perifrasi indicante
la data di costruzione del palazzo, é indice dell'importanza
e della diffusione della coltivazione della vite in que sto territorio
fin dall'epoca medioevale.
Già a quel tempo, molto probabilmente, si coltivava la varietà
di uva bianca detta "garganega'', che rientra ancor
oggi, in gran parte, nell'uvaggio, stabilito nel disciplinare di produzione
di questo vino.
Il bolognese Pier de' Crescenzi (1233-1321), insigne giurista e agronomo,
aveva già segnalato nel suo trattato di agronomia che questa
varietà era estesamente coltivata nelle feraci terre della
Val Padana.

Nel
Quattrocento, Marin Sanudo, giovane diarista
venezia no, proprietario di una malvasia a Venezia e buon intenditore
di vini, inviato dalla Serenissima a visitare le fortificazioni veronesi,
accennò nei suoi appunti ad una "pergolada mirabilissima"
che rientrava nel territorio giurisdizionale di Soave e segnalò
che questa terra "é amenissima" e che " i Signori
tyrani di la Scala, a suavità di questo loco edificarono un
castello, et nominò Soave".
La derivazione del nome di Soave alla bellezza del suo territorio
non é certo condivisa dagli storici i quali asseriscono, come
é ben noto, che il nome Soave sia dovuto, più che alla
soavità del luogo e del suo vino, agli Svevi che calarono in
Italia con il re longobardo Alboino.
Nel secolo d'oro del Rinascimento italico, Torello Sarayna, in alcune
sue opere pubblicate nel 1543, ebbe spesso parole di
riguardo per i vini veronesi e precisò che "Caldero produce
vini de molto vigore " ed il Castello di Soave "vini eccellenti".
Risalendo, nel suo resoconto per la Valle del Tramigna, affermò
che "nella Valle di Cazzano sono anchora molti villaggi che producono
vini eccellentissimi". E così pure per la Valle di Tregnago
che fornisce "vini de molto valore".
Onofrio Panvinio riaffermava qualche decennio più tardi le
lusinghiere parole che già il Sarayna ebbe per i vini veronesi,
ma elogiava particolarmente i vini di Soave, Cazzano e Tregnago, Mezzane
e Montorio.
A fine secolo Adriano Valerini nel suo libro "Le bellezze di Verona",
al capitolo "Sui vini veronesi", rilevava l'eccezio nale abbondanza
della raccolta nell'Anno Domini 1585 e scrisse: "Che dirò
poi di questo benedetto vino che nasce sul felice territorio di Verona?
Dove par che siano le fontane che lo producono e quest'anno ve ne
é stato in si gran copia che non si sapea dove riporlo ed in
molte ville si ha venduto l'uva ad uno scudo al carro (circa q.10)...".
Nei
primi anni del XVII Secolo non erano infrequenti nelle
campagne gli scontri fra i violenti "bravi" o "buli" che commettevano
ruberie d'ogni sorta ed i "saltari" posti dal Comune a guardia delle
vigne e delle campagne.
Nel 1626 i vigneti subirono una devastazione ben più grave
per una imponente invasione di locuste.
Alessandro Peccana, noto medico del collegio veronese nel suo libro
"De' problemi del bever freddo" , pubblicato nel 1627, documentò
che nel veronese si coltivavano allora, fra gli altri, i vitigni
"Garganeghi, il Trebiano, la Vernaccia e l'Uva d'Oro
facile a guastarsi per essere morbida e spessa de'grani".
L'autore però, rifacendosi agli antichi dettami di Ippocrate,
Galeno ed Avicenna riteneva che il vino bevuto freddo o mescolato
con neve od acqua fredda avesse effetti salutari in quanto "il freddo
frena il movimento dei suoi furiosi spiritelli né lascia che
la potenza di essi ecciti la sete, e faccia altro male...".
Secondo lo stesso Peccana il vino doveva sempre unirsi all'acqua in
quanto il vino puro, sia freddo che caldo, "può portare gravi
offese alla natura ma l'acqua fredda non unita al vino può
essere anch'essa di danno all'uomo sano".
La peste del 1630 dimezzò la popolazione del
terrritorio, ma i viticoltori, pur decimati, non mutarono l'attaccamento
al loro lavoro.
Nel 1732 con la pubblicazione della monumentale opera
"Verona illustrata", Scipione Maffei, condottiero della cultura
veronese, riportava alla luce, traducendola dal latino, l'epistola
di Cassiodoro sui vini acinatici e affermava che il "bianco" era
più raro del "rosso", ma che in definitiva era della stessa
sostanza e aggiungeva che questo tipo di vino, nel Settecento, prendeva
il nome di vino Santo.
Annotava inoltre che "si trova dolce e non dolce, ha proprietà
di non guastarsi mai in qualunque luogo si tenga, ha molta affinità
col famoso vin di Toccai, per lo che accade spesso di là da
monti di vederselo portare in tavola con tal nome".
Anche i letterati stranieri nello stesso Secolo ebbero parole di ammirazione
per le vigne del contado veronese.
Wolfgang Goethe, giunto a Verona da Malcesine nel 1786,
descrisse vivacemente alcune scene della vendemmia che vide, probabilmente,
nelle vicinanze di Soave.
Nel suo "Italienische Reise" così scrive: " La
strada che da Verona conduce a Vicenza é assai amena, larga
dritta e ben tenuta. Si vedono lunghe file di alberi (nei vigneti)
ed intorno a questi sono ravvolti (...) i tralci della vite che ricadono
in giù. Le uve mature (19 Settembre) premono sui tralci i quali
vacillando, cadono penzoloni... La strada é piena di gente
di ogni condizione; mi compiacqui specialmente nell'osservare certi
carri trainati da grossi buoi che portavano grandi tini ne' quali
veniva raccolte le uve da' giardini e pigiate. Quando questi tini
erano vuoti i carrettieri vi rimanevano ancora dentro e tutta la scena
ricordava un trionfo di Bacco ".
Mentre si delineava, a fine secolo, la conflittualità esistente
tra un prodotto di qualità e la produzione in grandi quantitativi,
i Comuni decisero di sopprimere la legge sulla " Saltaria". Giovanni
Battista Piubello, scrivano di Castelcerino, annotava a questo proposito
che "da gran tempo in questa comunità erano stati eletti i
guardiani delli beni soggetti al paese" ma che nel 1769 fu
omessa detta elezione per cui "li beni furono esentati dal pagamento
della Saltaria".
I custodi dei vigneti vennero aboliti nel 1777 a San Bonifacio e Roncà,
nel 1793 a Soave e nel 1803 a Montecchia di Crosara.
Nei
primi anni dell'Ottocento don Giuseppe Tommaselli, soavese,
ebbe modo di applicarsi, oltre che allo studio dei fossili di Bolca,
alla tecnica enologica, ed escogitò una "chiusura di sicurezza"
per i tini.
Il Da Persico, riportando concetti già espressi da Scipione
Maffei, riaffermò che il vin Santo "fatto con il freddo, resiste
a qualunque intemperie", e che "passato per mare da Venezia al Reno,
ad una di quelle corti siasi creduto vin di Toccai".
Un documento tecnico importante per la storia del Recioto di
Soave venne presentato nel 1841 da Giuseppe Beretta nell'opera:"Della
coltivazione delle viti e dell'arte di fare vino", nella quale ,
per la preparazione di questo vino, l'autore precisa che: "Per vino-liquore
io intendo quel vino che si cava da uve naturalmente appassite
o fatte ad arte appassire le quali si spremono direttamente sotto
lo strettoio a cominciare dal verno. Siccome a far questo vino conviene
decantare e feltrare il mosto fino a che appaia netto d'ogni sua parte
grossa e soltanto in piccoli barili, in un luogo piuttosto freddo,
si lascia fermentare, e senza raspi né fiocini; così
non potendo bollire che assai lentamente, questo vino conserva intatta
qualche parte di materia zuccherosa; la quale preroga tiva é
quella appunto che da ogni altro lo distingue".
Carlo Belviglieri, nel 1860, considerò le particolari
qualità del vin Santo, e nella sua "Storia di Verona" scrisse
che "tra i prodotti di questi colli di Soave e Monteforte, il vino
Santo, per forza e dolcezza, é ricercato con preferenza".
All'inizio della seconda metà del XIX Secolo Soave visse intensamente
la prima epidemia della infestazione crittogamica della vite, l'oidio,
che causò gravi danni. Passò del tempo prima che i patologi
delle Accademie di Agricoltura e don Pietro Zenari indicassero nello
zolfo il sicuro rimedio.
I viticoltori del luogo aderirono, nel 1899, al Consorzio
di difesa antigrandine (che consigliava l'impiego di cannoni
grandinifughi) e nello stesso anno inauguravano a Soave una prima
Cantina Sociale cooperativa che ebbe la sua costituzione legale il
9 giugno 1900. Nel 1906 tale cantina, come appare dalla Carta Enologica
della Provincia, aveva una capacità di 6500 ettolitri. Nello
stesso documento sono anche elencate le cantine dei F.lli Ruffo con
4000 ettolitri e del dr. Leonildo Pieropan con 300 ettolitri, ma erano
già avviate altre cantine importanti fra le quali quelle dei
F.lli Bolla, Ambrosini, Visco, Giona, Camuzzoni e quella, fondata
nel 1843 in Illasi, della famiglia Santi.
Nel 1911 si costituiva a Soave il Consorzio Antifilosserico
Comunale e nel 1929 si organizza "la Festa dell'Uva". Questa
manifestazione, la prima del genere in Italia, venne promossa dal
dr. Luigi Zanini, presidente della Cantina Sociale.
E' anche da segnalare che un primo tentativo di tutela del "Vino
Tipico di Soave" avvenne nel 1926 con la costituzione
di un consorzio presieduto dal cav. Enrico Perezzan.
Nel 1931 primo fra i vini Italiani il Soave veniva riconosciuto
come vino “tipico e pregiato”, tutela ed identità
venivano quindi ribaditi definitivamente con il riconoscimento Denominazione
di origine controllata nel 1968 (DPR 21 agosto 1968.), modificato
nel 2002 con il D.M. 6 settembre 2002.
Nel 1998 arrivava la Docg per il Recioto di Soave
(D.M. 7 maggio 1998), alla quale si affianca nel 2001 la Docg
per il Soave Superiore (D.M. 29 ottobre 2001). 
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